Cosa c'entrano Bossi o D'Alema, Berlusconi o Rutelli con Federico II di Svevia, un imperatore medievale scomparso quasi da ottocento anni? Perché il suo nome ricorre ancora nel dibattito politico italiano? Cosa hanno a che fare con Federico II personaggi come Hitler o Mussolini? Perché c'entra la stessa Resistenza contro i nazifascisti? Per quale motivo al giorno d'oggi il sovrano di sangue tedesco è adorato dai pugliesi, è solo "stimato" dagli altri meridionali, è considerato ancora un nemico dal resto degli italiani ed è quasi uno sconosciuto tra gli europei di lingua tedesca? "Lo strano caso di Federico II di Svevia" (sottotitolo: "Un mito medievale nella cultura di massa") è il nuovo libro scritto dal giornalista Marco Brando. La prefazione è di Raffaele Licinio e la postfazione è di Franco Cardini, noti storici del Medioevo. Il volume - che ha 280 pagine e costa 18 euro - è stato pubblicato nell'ottobre del 2008 dalla casa editrice barese Palomar, nella collana "altreStorie". NB: NELLA COLONNA DI SINISTRA, IN BASSO, SOTTO LA VOCE ARCHIVIO, I LINK UTILI PER AVERE OGNI INFORMAZIONE SUL LIBRO
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Secondo Cardini, un film storico dovrebbe evitare le "truffe interpretative"
"Barbarossa"?
di Marco Brando*In questi giorni circola il film Barbarossa, voluto fortemente da Umberto Bossi, che addirittura vi recita una piccola parte. Sostenuto dalla Rai e costato 30 milioni, si propone come l’“opera culto” della Lega Nord. Il film, diretto da Renzo Martinelli, è stato sponsorizzato dallo stesso premier Silvio Berlusconi, che ha partecipato il 2 ottobre scorso alla prima nel cortile del Castello Sforzesco di Milano: con lui Bossi e i ministri Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Giulio Tremonti. Il castello ha così ospitato un lungometraggio girato – per risparmiare – soprattutto in Romania. Laggiù sono state ricostruite Legnano e Milano, per rievocare le vicende che avrebbero portato nel 1176 alla fatidica battaglia di Legnano contro l’imperatore tedesco Federico I di Svevia, detto il Barbarossa: inclusa la distruzione di Milano da parte degli imperiali nel 1162 e il ruolo svolto da Alberto da Giussano, condottiero della Compagnia della Morte e stratega della vittoria. Risultato: ora anche il partito di Bossi - prima costretto a citareBravehart come film simbolo dell'indipendenza dei popoli - ha la sua icona cinematografica. «Alberto da Giussano è un passaggio che amo molto. In lui rivedo e rivivo quello spirito che muove un popolo a conquistare i propri diritti e la propria libertà, mettendo a rischio la vita stessa», ha scritto quel giorno, sulla Padania, Umberto Bossi. Ma davvero la Lega Nord, nel ventunesimo secolo, aveva bisogno di consolidare i fantasiosi pilastri medievali - quelli cosiddetti "celtici" sono noti - della sua mitologia con un film come questo? ProprioBarbarossa offre l’occasione per fare un piccolo ragionamento sull’uso - e sull’abuso - della storia in Italia. Si può prendere spunto dalla valutazione che Sergio Romano ha fatto il 23 ottobre scorso sulCorriere della Sera: noi italiani «siamo uniti dalla geografia, dalla lingua, dall’esistenza di istituzioni centrali, dall’amore-odio per la Chiesa e dalla familiarità di tutti gli italiani con la religione cattolica. Ma abbiamo storie diverse che emergono alla superficie ogniqualvolta il paese attraversa momenti di forte tensione politica».
Solo un alibi identitario
Ebbene, questo film ne è un esempio. Tanto è vero che, all’inizio del progetto, il consulente sul fronte storiografico era il noto medievista Franco Cardini, poi escluso, con suo grande e non celato disappunto. Lo stesso Cardini ha riconosciuto «che a un film non si richiede mai una scrupolosa fedeltà alla storia… Dovrebbero tuttavia, in un film che si presenta come storico, essere evitati i fraintendimenti gravi, le truffe interpretative». Barbarossa ha una trama saldamente legata alla ricostruzione dei fatti elaborata durante il Risorgimento - ironia della sorte, detestato da Bossi - in chiave patriottica e, all'epoca, antitedesca.
Una ricostruzione riadattata però da Martinelli in senso leghista e basata su una falsificazione: giustificata dalla necessità di beatificare l'antica Lega lombarda in modo da garantire la genuinità delle aspirazioni di quella odierna. Ad esempio, è probabile che il giuramento di Pontida non ci sia mai stato o non abbia avuto la rilevanza attribuitagli. Di certo, non è mai esistito Alberto da Giussano, assai caro ai leghisti, tanto da essere rappresentato sulle loro bandiere. Solo nella prima metà del Trecento, quasi due secoli dopo la battaglia di Legnano, il frate Galvano Fiamma, cappellano dei Visconti - la cui casata dominò Milano - saltò il capitano della Lega lombarda, senza però fornire alcuna prova. La cronaca fu scritta proprio per compiacere i Visconti, ricostruendo la storia di Milano in toni epici. Finché nell'Ottocento Giosué Carducci, con La Canzone di Legnano, consacrò Alberto da Giussano, trasformando una figura mitologica nella parvenza di un vero condottiero in carne e ossa.
È anche sbagliato - ricorda Cardini - «mostrare il Barbarossa come una specie di "dittatore centralista", per giunta "straniero", che spietatamente impone il suo tallone di ferro e le sue ruberie fiscali a un popolo oppresso, il quale alla fine giustamente si ribella». Perché? Nella realtà storica, la Lombardia della metà del dodicesimo secolo era minacciata da Milano, un comune che mirava a espandersi a spese delle città vicine. Federico intervenne in quella zona – sulla quale aveva diritto di governare perché re d’Italia e di Germania – per ristabilire sicurezza e ordine, sulla base del diritto romano giustinianeo. E Milano era così invisa che nel 1162 furono cremonesi, lodigiani, pavesi e comaschi a darsi da fare con entusiasmo per raderla al suolo, risparmiando la fatica all'imperatore. Certo, la battaglia di Legnano finì con la vittoria dei comuni ribelli, che volevano mantenere i loro privilegi pur senza rinnegare l'impero. Però pochi mesi dopo Barbarossa stipulò con quei comuni una pace destinata a durare a lungo. Il conflitto riprese con suo nipote Federico II, che a sua volta contò sulla fedeltà di molte città della cosidetta Padania. Non solo: alla fine anche Milano - leader della ribellione - nel quattordicesimo secolo, con i Visconti, diventò ghibellina.
Insomma, ci sarebbe meno da ridire se Barbarossa fosse stato prodotto solo con una logica commerciale: d'altra parte quanti film su Robin Hood abbiamo visto. In questo caso, però, la Lega Nord lo ha "imposto" alla Rai, per celebrarlo poi in pompa magna. Con l'obiettivo palese di fornire ufficialmente un forte alibi identitario. Così da confermare che il popolo della Padania - altro termine inventato a tavolino dalla Lega - e dintorni da sempre è stato un'unica nazione: capace di lottare, senza defezioni, contro il "potere centralista". E pure un modo per dimostrare che il suddetto popolo ha nel proprio patrimonio genetico un'innata superiorità morale, se non razziale. Quella stessa presunta superiorità che oggi giustifica la pretesa leghista di rappresentare uno Stato, adattatosi solo per cause di forza maggiore - il vituperato Risorgimento, soprattutto - a convivere con altri popoli della Penisola. Questo magazine ha definito la saga di Obelix e Asterix un «monumento alla paura del nuovo e del diverso». Ma quello è "solo" un celeberrimo fumetto. Questo film è un esempio superlativo e consapevole dell'uso della storia da parte di un importante partito. Certamente tale fenomeno - nel Novecento - ha già fatto molti danni in Italia. Ma almeno riguardava solo la nostra storia contemporanea, nell'epoca dei totalitarismi. Il fatto che si vadano a manipolare eventi del dodicesimo secolo per seminare pregiudizi nel ventunesimo secolo è forse ancora più preoccupante.
*Autore del libro Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa
3 novembre 2009
Un libro di Marco Brando rivisita la figura dell'imperatore
ed elenca i giudizi diversi sul suo operato.
di Federica Rega
sul Quotidiano di Lecce - lunedì 5 ottobre 2009
Clicca qui sotto per vedere il pdf:
NESSUNO E' PERFETTO
di Andrea Marrone
Da secoli la figura di Federico II di Svevia, il grande imperatore, il Puer Apulie e Stupor Mundi, affascina chi ne viene in contatto. Ma non tutti lo percepiscono nella stessa maniera. In Puglia e, in generale nel Sud Italia viene considerato un antesignano della modernità e della tolleranza. Nel Nord Italia un despota sanguinario e degenerato, in Germania viene semplicemente snobbato e confuso con il nonno, il Barbarossa, o con il più noto Federico il Grande di Prussia. Questo saggio affronta il mito in una prospettiva storica oggettiva restituendo genuinità a un personaggio sicuramente dotato di grandissime doti ma inevitabilmente un uomo del suo tempo con le sue contraddizioni, vizi e pregi. Una grande lettura non solo per gli appassionati di storia.
Marco Brando: LO STRANO CASO DI FEDERICO II DI SVEVIA, Palomar, pag. 267, €. 18,00 ISBN: 9788876002861

su Repubblica Palermo del 25 giugno 2009
DI TANO GULLO
Le critiche degli storici non scalfiscono il fascino dell´imperatore che continua a ispirare romanzi e saggi: una sorta di fabbrica del mito che alimenta la dimensione di divo del medioevo, con tanto di gossip La sfida al papa, la corte illuminata e la favola del gemello segreto: così emerge il primo mago della comunicazione politica Leda Melluso immagina un amore con la figlia dell´emiro nemico Marco Brando fa una mappa della sua popolarità Persino la presenza di altri resti nel sarcofago conservato in cattedrale produce una celebrazione con il ritmo del giallo
Federico lo svevo, superstar dell´antichità, al pari di Giulio Cesare, Carlo Magno e compagnia, continua a godere di una fortuna editoriale che resiste anche a quel ridimensionamento storico del personaggio avviato da Francesco Renda. Decine di libri a lui dedicati ogni anno stipano i banconi delle librerie e convegni gli vengono dedicati in ogni parte del mondo. Un trionfo, anche sul web che non conosce limiti e confini. Per la verità la narrativa ondeggia tra apologia e demitizzazione. E fa muovere il nipote del Barbarossa in diversi contesti e con diverse personalità. Uno degli ultimi romanzi che lo prende a modello è "La ragazza dal volto d´ambra", di Leda Meluso, una docente in pensione che mette la sua passione per la storia al servizio della narrativa. Personaggi e vicende reali vengono abilmente mescolate in un feuilleton che ricorda i complicati intrecci di Luigi Natoli, autore capostipite della genia dei "Beati Paoli". Tra l´altro proprio Natoli è stato il primo autore del Novecento a scrivere un romanzo popolare su Federico II. Ecco la trama congegnata dalla Melluso: Amina, figlia del più acerrimo nemico dell´imperatore, l´emiro della Sicilia Muhammad ibn ‘Abdad, è amica d´infanzia di Federico, dai tempi in cui il moccioso regnante scorrazzava per i vicoli e i campi attorno al Palazzo reale. La ragazza ama da sempre il suo ex compagno di giochi ma sa che il destino la costringe a essergli nemica. Così, mentre il padre guerreggia con i normanni asserragliato in una fortezza del monte Entella, la fanciulla si introduce a corte come danzatrice del ventre, irretisce sua maestà e in una notte d´amore dalle conturbanti suggestioni orientali rimane incinta. Nasconde il suo segreto e riprende la sua vita di nemica, convinta che quel figlio sarà la merce di scambio per una pace che rimetta armonia tra musulmani e cristiani. Non sarà così, la vita è crudele anche, e soprattutto, nelle invenzioni letterarie; finisce male, che più male non si può. Federico vince ma il prezzo che paga è l´inaridimento di ogni sentimento. Un po´ quel che gli accade nella vita reale, in cui assiste quasi con distacco a una sorta di carneficina di tutti i suoi cari. Questa tramatura rientra in una cornice più complessa in cui lo "Stupor mundi" è figlio della moglie di un umile beccaio. Quel giorno a Jesi il parto di Costanza fu solo una simulazione. La suddita mise al mondo due gemelli e uno fu "donato" all´imperatrice. Tempo dopo, a causa dell´incrudelimento di Federico, un gruppo di nobili ordiscono una congiura per svezzare il gemello, di nome Rinaldo e sostituirlo all´imperatore fuori controllo. La scia di sangue è così garantita. Per la goduria di lettori amanti del "grand guignol". Il pregio de "La ragazza dal volto d´ambra" (Edizioni Piemme, 360 pagine, 17,50 euro) non è certo la trama, né tantomeno la scrittura, a tratti semplicistica e farcita di quei luoghi comuni che fanno la fortuna di questo genere letterario. L´aspetto più appassionante è infatti la ricostruzione di quel contesto, la corte, la guerra, i poeti della scuola siciliana, la vita nei quartieri popolari, lo scontro tra papa e imperatore per l´annosa questione della crociata che il primo vuole con urgenza e che il secondo rinvia "sine die". Le descrizioni accurate, fin dai menu, ci fanno poi toccare con mano il Milleduecento. Personaggi reali (come Pier delle Vigne, abile tessitore, travolto anche lui dalla disgrazia, l´arcivescovo Berardo, il medico Andrea Filangeri, uno stuolo di poeti e Michele Scoto, scienziato, astrologo, fissato con la pietra filosofale, ammaliatore e cialtrone), convivono con Amina e altri comprimari usciti dal cilindro della Melluso. Un altro elemento interessante che qui e là affiora in ogni libro dedicato al sovrano, è la sua abilità come promotore di sé. Si può dire che Federico sia stato il primo mago della comunicazione politica. Alla costruzione della sua immagine lavorano fior di intellettuali, scribi ed esperti in vari rami dello scibile. Ogni suo passo era preceduto dai cerimonieri e accompagnato dalle personalità più significative della corte. Mentre musici e ballerini si premurano di allietare amici, alleati e cortigiani. Un po´ come accade ai nostri giorni a Villa Certosa, a Palazzo Grazioli e dintorni. Come dire che ha anticipato di secoli e secoli la società dello spettacolo oggi tanto in auge. Questo aspetto viene indagato in chiave scientifica dal saggio di Marco Brando "Lo strano caso di Federico II di Svevia", che ha significativamente per sottotitolo "Un mito medievale nella cultura di massa". L´autore tra l´altro fa una mappatura della popolarità del normanno. Idolatrato in Puglia - dove il suo nome viene dato a strade, piazze, centri culturali e perfino discoteche e paninerie - abbastanza rispettato in Sicilia, ignorato in Germania per l´antica guerra con i principi teutonici (anche se negli ultimi tempi c´è una riscoperta dello Stupor mundi" grazie anche al libro di Ernst Kantorowicz "Federico II imperatore"), odiato quanto basta nella Padania, nemica del Barbarossa e di ogni suo successore. Queste caratteristiche fanno capolino in tutti i libri, che quasi quasi fanno a gara nel cogliere curiosità e gossip della dimensione privata del protagonista. Nel volume "Lo stupore del mondo" di Cinzia Tani (Mondadori) ritorna il "giochino" dei due gemelli. Federico è al centro di una girandola di personaggi che fa muovere a piacimento. Così Pietro, Matteo, Flora, Rashid sono spinti a congiungersi, scontrarsi, inseguirsi, amarsi e tradirsi in una escalation di passioni. Intrigante e interessante dal punto di vista linguistico. Ne "La sposa normanna" di Carla Maria Russo (Piemme), Federico esiste in quanto figlio di Costanza, donna fragile e bella, costretta a combattere nemici potentissimi per salvaguardare il trono all´erede. La controversia con il papa Innocenzo IV, la diatriba tra etica religiosa e pensiero laico, sono i binari in cui si incanala il romanzo di Valeria Montaldo "Il manoscritto dell´imperatore" (Rizzoli). Gran merito del libro è che induce a riflettere sui nostri tempi, in cui lo sconfinamento della religione insidia il primo caposaldo di ogni stato democratico: la laicità. È comunque curioso che queste tematiche importanti ruotino intorno a un trattato sulla falconeria scritto da Federico e sparino tra il sangue di una battaglia. L´infanzia dello scavezzacollo nella casbah palermitana viene descritta da Maria Bordihn ne "Il falco di Svevia". Uno dei personaggi del romanzo è l´arcivescovo Berardo che ha l´ingrato compito di educare al comando il giovane regnante rimasto orfano ad appena quattro anni. La Garzanti, tra le grandi case editrici, scende in lizza con "La vergine napoletana" di Giuseppe Perediali, che tra dame e cavalieri, fa una rincorsa verso gli ultimi eredi del grande svevo. Anche la riapertura della tomba di Federico nella cattedrale di Palermo qualche anno fa, ha la sua celebrazione cartacea. L´ha descrive l´archeologo e storico Matteo Valentino nel suo "Il sarcofago dell´imperatore" (Edizioni La Zisa). Un libro che indaga su Federico e sugli altri due corpi compagni di morte, con il ritmo del giallo. Forse il libro più intrigante sull´eroe del Duecento l´avrebbe potuto scrivere Robert Louis Stevenson, autore del mitico "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde", aduso com´era a indagare sugli sdoppiamenti. La storia ci consegna, infatti, un Federico, "posseduto" da tante personalità incompatibili. Uno, nessuno e centomila. E allora qui forse ci sarebbe voluto Pirandello.
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Questioni storiche essenziali poste in modo diretto ed efficace
dal giornalista Marco Brando
LO STRANO CASO DI FEDERICO II DI SVEVIA
PER LEGGERE IL PDF
CLICCA QUI http://files.splinder.com/b290d2f30d7a78df716d80fd46c5c4d3.pdf
E VAI A PAGINA 8
LA RECENSIONE DEL LIBRO
NELLA RUBRICA
di Andrea Bosco
PROVA D'AUTORE
(4 aprile 2009)
del
Tg regionale della Lombardia
Per ascoltare clicca qui sotto:
sezione: Terza Pagina - data: 2009-03-31 num: - pag: 39 Le altre foto? Clicca sulla fotina:
Dibattito a Milano sull'imperatore svevo
Lo strano mito di Federico II
un sovrano un po' federalista

Quando lo hanno presentato a Bari un gruppo di guide di Castel del Monte è andato a manifestare contro l'autore, reo di avere messo in dubbio le teorie esoteriche legate all'edificio e al suo principale inquilino, Federico II di Svevia, da sempre pezzo forte delle visite guidate per turisti. Succede anche questo, quando i grandi della storia sopravvivono ai secoli per diventare miti, piegando la propria realtà ad uso di situazioni e conflitti moderni. E del rischio che si corre adattando la storia alle necessità dell'oggi hanno discusso ieri a Milano, nella sala Guicciardini della Provincia, il presidente della Provincia Filippo Penati, il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, lo scrittore Piero Colaprico, il presidente dell'«Associazione regionale pugliesi» Dino Abbascià e Marco Brando, giornalista e autore del libro Lo strano caso di Federico II di Svevia (edito da Palomar). Lo stesso incorso nella furia delle guide di Castel del Monte.
Brando, genovese con alle spalle diversi anni a Bari al Corriere del Mezzogiorno,
si è divertito a raccontare l'innamoramento della Puglia per l'imperatore svevo. Una cotta dura a morire ma non condivisa né dai tedeschi, smemorati connazionali di Federico, né dai leghisti nostrani, che lo hanno eletto a simbolo di uno statalismo pernicioso.
«Usare la storia per giustificare il presente», chiamando in causa, magari dopo l'11 settembre, l'accordo tra l'imperatore svevo e il sultano di Gerusalemme come esempio di concordia tra Oriente e Occidente, «si può fare — ha messo in guardia Mieli — ma solo a prezzo di bestiali nefandezze. Perché la storia, e solo se analizzata con strumenti sofisticati, può insegnare casomai a capire le complicazioni del presente». La tentazione però è forte se Federico, «moderno nella sua capacità di leggere le diverse realtà territoriali», nelle parole di Penati diventa portabandiera di un federalismo che «se ben interpretato, può essere un incentivo alla coesione sociale e all'unità nazionale».
Un modello da maneggiare con cura. Il resto è folklore, e un mito tanto radicato nel cuore dei pugliesi da partorire — e Brando li ha scovati con cura — decine di istituti, alberghi, negozi di ferramenta che, nel nome, rendono omaggio all'imperatore amante della poesia e della caccia col falcone. Anche una compagnia aerea dalla vita breve, la Federico II Airways. Lo slogan? «I fagiani volano, perché i foggiani no?».
